Il Parlamento europeo ha dato un segnale forte e inequivocabile: l’Europa non è disposta a subire né ricatti né pressioni nei negoziati commerciali con gli Stati Uniti. Con un’ampia maggioranza trasversale abbiamo approvato il mandato negoziale sui regolamenti sui dazi applicabili ai prodotti americani in Europa, migliorando in modo sostanziale la proposta originaria della Commissione europea e introducendo condizioni chiare, vincolanti e orientate a garantire stabilità e certezza per le nostre imprese e i nostri lavoratori.
Fin dall’inizio era evidente che il testo iniziale non fosse sufficiente, così come i termini dell’accordo di Turnberry negoziati tra Trump e von der Leyen. Troppi squilibri, troppe ambiguità, troppe poche garanzie in un contesto internazionale segnato da tensioni crescenti e da atteggiamenti sempre più aggressivi da parte dell’amministrazione americana. Per questo abbiamo lavorato per rafforzare il mandato negoziale del Parlamento europeo, introducendo strumenti concreti di tutela. Se, come ha affermato l’ambasciatore americano a Bruxelles Andrew Puzder, “un accordo è un accordo”, allora è nostro dovere fare in modo che quell’accordo sia rispettato fino in fondo e non possa essere modificato unilateralmente.
Quella dichiarazione, tuttavia, suona quantomeno provocatoria. Ignora un dato di realtà evidente: l’incertezza che ha caratterizzato questi negoziati non nasce in Europa, ma negli Stati Uniti, ed è il risultato diretto di politiche commerciali erratiche e spesso apertamente provocatorie portate avanti da Donald Trump. È proprio questa instabilità, fatta di annunci, minacce e cambi di linea improvvisi, ad aver reso necessario un rafforzamento così deciso delle garanzie europee. Abbiamo quindi inserito clausole precise per evitare che l’accordo possa essere svuotato o aggirato. La clausola “sunrise” subordina la riduzione dei dazi al rispetto effettivo degli impegni da parte degli Stati Uniti; abbiamo fissato limiti chiari, come la soglia massima del 15% su settori chiave, e introdotto meccanismi automatici di sospensione nel caso in cui gli Stati Uniti superino tali limiti, introducano nuove misure o mettano in atto forme di coercizione economica. Abbiamo previsto tutele contro minacce alla nostra sicurezza, alla nostra integrità territoriale e ai diritti fondamentali, rafforzando allo stesso tempo l’autonomia normativa dell’Unione europea. Non meno importante è la clausola “sunset”, che fissa una scadenza chiara al 31 marzo 2028, insieme a un sistema di monitoraggio e revisione periodica che consente di valutare l’impatto reale dell’accordo e intervenire se necessario.
Queste non sono richieste ideologiche, ma condizioni minime di buon senso per garantire che un accordo commerciale sia equilibrato e sostenibile nel tempo. La scorsa settimana ho avuto modo di confrontarmi direttamente a Washington con il negoziatore americano Jamieson Greer e il messaggio che ho portato è stato molto chiaro: il Parlamento europeo non accetterà passi indietro su queste garanzie. Se nel negoziato interistituzionale queste tutele dovessero essere indebolite o rimosse, non solo il gruppo dei Socialisti e Democratici ma con ogni probabilità l’intero Parlamento respingerà l’accordo finale. Per questo è fondamentale che i governi degli Stati membri, compresa Giorgia Meloni, non cedano alle pressioni di Trump, indebolendo la posizione europea per inseguire logiche di breve periodo o per compiacere l’amministrazione americana. Farlo significherebbe non solo tradire il lavoro fatto dal Parlamento, ma soprattutto rischiare di far deragliare ogni possibile accordo, aumentando l’incertezza proprio per quelle imprese e quei lavoratori che diciamo di voler tutelare.
Il Parlamento europeo ha battuto un forte colpo, che dimostra la volontà di restare saldamente al controllo del processo negoziale. Siamo pronti a negoziare in modo costruttivo, ma sulla base di regole chiare, reciproche e rispettate. Questo è il senso del mandato approvato oggi: costruire un accordo equo, stabile e credibile. E su questo il Parlamento europeo, come sempre, avrà l’ultima parola