Poco più di una settimana fa, vicino Firenze, Lorena Isceri, 45 anni, è stata rapita e gettata da un viadotto dal suo ex compagno, che aveva premeditato tutto nei minimi dettagli. Il suo nome si aggiunge a quello di troppe donne uccise da chi diceva di amarle. Non possiamo limitarci a ricordarle dopo ogni delitto: dobbiamo impedire che la violenza arrivi al suo esito più estremo.
In Italia l’86 per cento degli omicidi di donne è commesso da un partner o da un familiare, una delle quote più alte tra i Paesi europei che trasmettono questi dati. Nel primo semestre del 2026 sono state 34 le vittime donne considerando insieme i reati di omicidio volontario e femminicidio; 27 sono state uccise in ambito familiare o affettivo e 19 da un partner o ex partner. Numeri che raccontano una realtà intollerabile, ma ancora fotografata in modo incompleto: appena 19 Stati membri hanno trasmesso a Eurostat dati sul femminicidio da parte di partner o familiari nel periodo 2020-2024, e alcuni lo hanno fatto in modo discontinuo.
L’Europa deve colmare questo vuoto e trasformare gli impegni in protezione concreta. La direttiva 2024/1385 sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica deve essere recepita entro giugno 2027. Prevede denunce più accessibili, indagini tempestive, valutazioni del rischio, ordini urgenti di protezione, assistenza e case rifugio. Questo Parlamento deve vigilare sulla Commissione e sugli Stati membri perché le norme non rimangano sulla carta e perché ogni donna possa contare su strumenti efficaci di prevenzione e tutela. Ad aprile abbiamo approvato a larghissima maggioranza una risoluzione storica sulla violenza di genere. Eppure c’è chi vuole tornare indietro. Esponenti e partiti come Vannacci e Futuro Nazionale propongono addirittura di abolire il reato di femminicidio, evocando il delitto d’onore cancellato dal nostro ordinamento soltanto nel 1981. È una regressione culturale e politica che dobbiamo respingere: il femminicidio è il punto finale di un continuum di controllo, minacce e violenza fondato sul genere.
Per questo dobbiamo intensificare il nostro impegno. Lo dobbiamo alle centinaia di donne uccise in questi anni senza che nessuno riuscisse a salvarle. Lo dobbiamo alle migliaia di donne europee che ogni giorno vivono nella paura e nell’angoscia e si aspettano dalla politica e dalle istituzioni risposte e protezione. Servono dati comparabili, capacità di riconoscere subito il rischio, servizi accessibili e risorse adeguate. Perché ogni donna che muore in ogni angolo di questa Europa è anche nostra responsabilità.
