Giovedì il Parlamento europeo ha approvato il rapporto di iniziativa sull’impatto dei social media e dell’ambiente online sui giovani, di cui sono relatore. È un voto importante, che va nella stessa direzione indicata dalla Commissione europea con l’EU Kids Act: una risposta comune per rafforzare la protezione dei minori online.
Parlamento e Commissione si muovono nella stessa direzione. Ed è essenziale, perché gli algoritmi non si fermano alle frontiere e non possiamo avere ventisette risposte diverse allo stesso problema. Il cuore del rapporto è un cambio di paradigma: non dobbiamo guardare soltanto a ciò che i giovani fanno con i social, ma a ciò che i social fanno ai giovani. Dipendenza, uso compulsivo, perdita di sonno e concentrazione, cyberbullismo, adescamento, pubblicità manipolativa, sistemi di raccomandazione che spingono verso contenuti sempre più estremi: non possiamo continuare a scaricare tutto il peso sulle famiglie e sui ragazzi. La responsabilità principale deve essere delle piattaforme, che devono dimostrare di aver costruito ambienti sicuri per i minori. Significa intervenire sui meccanismi che catturano l’attenzione, sulle notifiche, sullo scorrimento infinito, sui sistemi di raccomandazione e sui nuovi rischi legati all’intelligenza artificiale.
Su questo voto è emersa anche una differenza politica netta. Fratelli d’Italia, Lega e Futuro Nazionale hanno votato contro il rapporto. È un dato che va sottolineato: mentre la cosiddetta “maggioranza Ursula” del Parlamento europeo ha scelto di rafforzare le regole per le piattaforme e le tutele per i minori, una parte della destra italiana ha scelto di opporsi.
Il contrasto è ancora più evidente perché proprio queste forze fanno spesso della difesa della famiglia una delle proprie bandiere. Qui il terreno era molto concreto: più responsabilità per le grandi piattaforme, più sicurezza per bambini e adolescenti, più strumenti per le famiglie. Su questo terreno, il loro voto è stato contrario. È una differenza politica chiara, hanno scelto di stare dalla parte delle grandi piattaforme americane piuttosto che dalla parte delle regole europee.
C’è poi il tema dell’età. La presidente von der Leyen ha indicato un approccio progressivo: niente social sotto i 13 anni, tra i 13 e i 15 anni accesso accompagnato dai genitori e con limiti precisi, maggiori protezioni fino ai 18. È una strada che condividiamo, insieme a un sistema europeo di verifica dell’età che protegga anche la privacy. I divieti, però, non bastano. Servono educazione digitale, alfabetizzazione mediatica, sostegno alle famiglie e alla scuola. Nel mondo digitale non può valere la legge del più forte. Devono valere la forza delle regole e il rispetto dei diritti, soprattutto quando parliamo di bambini e adolescenti. L’Europa è stata la culla del diritto. Deve esserlo anche nell’era digitale.