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I leader progressisti delle città e delle regioni chiedono un Fondo sociale europeo forte, visibile e adeguatamente finanziato

I leader progressisti delle città e delle regioni europee rilanciano con forza la difesa del Fondo sociale europeo (FSE), chiedendo che continui a essere uno strumento europeo autonomo, visibile e adeguatamente finanziato nel prossimo bilancio dell’Unione europea.

Nel corso della sessione plenaria di luglio del Comitato europeo delle Regioni, è stato approvato il parere sul futuro del Fondo sociale europeo, un contributo politico destinato ad accompagnare i negoziati sul prossimo Quadro finanziario pluriennale dell’UE. Il testo, elaborato dal relatore del Gruppo PES Tom Jungen, riafferma il ruolo centrale del FSE nel promuovere occupazione, inclusione sociale, formazione, lotta alla povertà e sviluppo delle competenze nei territori europei.

Aprendo il dibattito, Jungen ha sottolineando come il voto del Comitato delle Regioni rappresenti “non la fine della discussione, ma il suo inizio”. In una fase decisiva dei negoziati europei, ha spiegato, le città e le regioni hanno il dovere di contribuire a migliorare la proposta prima che le posizioni delle istituzioni europee diventino definitive. Pur accogliendo favorevolmente gli obiettivi di semplificazione del futuro bilancio europeo, il relatore ha ribadito che la semplificazione non può tradursi in un indebolimento degli investimenti sociali.

Il Fondo sociale europeo, ha ricordato Jungen, è molto più di una semplice linea di bilancio: sostiene milioni di cittadini nell’accesso al lavoro, nella formazione e nell’acquisizione di competenze, aiuta le famiglie, contrasta la povertà e permette alle autorità locali e regionali di fornire risposte concrete ai bisogni delle comunità. Il relatore ha inoltre espresso forte preoccupazione per il rischio che, con la nuova architettura proposta dalla Commissione europea, il Fondo perda visibilità e tutele specifiche. Richiamando le analisi indipendenti del Parlamento europeo, Jungen ha evidenziato come la spesa sociale complessiva dell’Unione potrebbe diminuire nel prossimo quadro finanziario, riducendo la capacità dell’Europa di investire nelle persone.

Per questo il Comitato delle Regioni chiede un Fondo sociale europeo con una dotazione dedicata di almeno 110 miliardi di euro, maggiori garanzie nella lotta alla povertà infantile, un ruolo significativo per gli enti locali e regionali nell’attuazione delle politiche e un autentico approccio territoriale agli investimenti sociali.

Nel dibattito è intervenuto anche Luca Menesini, Presidente del Gruppo PES nel Comitato Europeo delle Regioni, che ha voluto sottolineare la portata politica della discussione sul futuro del Fondo. “Non stiamo semplicemente discutendo di uno strumento finanziario”, ha affermato. “Stiamo compiendo una scelta politica. Non tra una voce di bilancio e un’altra, ma tra due diverse visioni dell’Europa”. Per Menesini, la narrazione secondo cui l’Europa potrebbe diventare più competitiva riducendo gli investimenti sociali è profondamente sbagliata. Competitività, giustizia sociale e solidarietà non sono obiettivi alternativi, ma elementi che si rafforzano reciprocamente e rappresentano la vera forza del modello europeo.

Il Presidente del Gruppo PES ha inoltre ribadito che il Fondo sociale europeo incarna uno dei principi fondamentali dell’integrazione europea: il progresso economico e il progresso sociale devono procedere insieme. Per questo motivo, città e regioni chiedono che gli investimenti sociali non vengano dispersi all’interno di strumenti finanziari più ampi, ma continuino a essere sostenuti attraverso un Fondo forte, riconoscibile e capace di produrre risultati concreti per i cittadini. Con l’approvazione del parere, il Comitato europeo delle Regioni invia un messaggio chiaro al Consiglio, al Parlamento europeo e alla Commissione europea: il futuro dell’Europa passa anche dalla capacità di continuare a investire nelle persone.

Per i leader progressisti locali e regionali, difendere il Fondo sociale europeo significa difendere il modello sociale europeo. Perché investire nelle persone non è un costo: è il miglior investimento che l’Europa possa fare per il proprio futuro.

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