“Su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto”. Con queste parole si apre l’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV. È una riflessione che parla direttamente al nostro tempo, un tempo segnato dall’intelligenza artificiale, dalla rivoluzione dei dati, dalla potenza crescente delle piattaforme digitali e dalla trasformazione profonda delle nostre economie e delle nostre società.
L’allarme non è certo verso l’innovazione digitale o verso l’intelligenza artificiale. Non è un invito al rifiuto del progresso. La vera domanda riguarda chi crea queste tecnologie, chi le governa e a quali fini vengono utilizzate. Se il controllo è in mano alle democrazie per il bene comune e la dignità dell’umano oppure ai privati per il dominio di pochi ed esclusivamente per il profitto.
È questa la sfida decisiva del XXI secolo. Per anni l’Europa è stata descritta come una potenza normativa: capace di stabilire regole avanzate ma incapace di competere sul terreno dell’innovazione. Una critica spesso ingenerosa ma che contiene una parte di verità. L’Europa è in ritardo. Regola strumenti che non ha creato e non possiede a sufficienza: i dati, le infrastrutture, le capacità computazionali, le grandi piattaforme e una parte significativa delle tecnologie strategiche.
Abbiamo iniziato a colmare questo divario, ma ora dobbiamo correre.
Gli eventi delle ultime settimane hanno dimostrato quanto questa sfida sia concreta. La decisione dell’amministrazione statunitense di limitare l’accesso internazionale ai modelli più avanzati di Anthropic ha rappresentato uno shock politico prima ancora che tecnologico. Molti europei hanno improvvisamente scoperto che strumenti fondamentali per la ricerca, l’industria, la sicurezza informatica e l’innovazione possono essere resi indisponibili da una decisione presa altrove. Una decisione che non passa attraverso le istituzioni democratiche europee e che può incidere direttamente sulla nostra capacità di competere, innovare e proteggere i nostri interessi strategici. Questa vicenda conferma i rischi della dipendenza europea. L’alleanza transatlantica resta fondamentale. Ma nessuna alleanza può sostituire la capacità di un continente di disporre degli strumenti necessari per determinare il proprio futuro. La questione riguarda infatti la sovranità democratica. Se un’infrastruttura digitale essenziale, un modello di intelligenza artificiale, una piattaforma cloud o una tecnologia strategica possono essere attivati o disattivati da soggetti esterni all’Unione, allora la nostra autonomia politica diventa inevitabilmente più fragile.
Per questo la risposta europea non può limitarsi alla regolazione. Le regole sono indispensabili, ma da sole non bastano. Serve una politica industriale. Servono investimenti. Serve una strategia.
In questa direzione va il nuovo Pacchetto europeo per la Sovranità Tecnologica presentato dalla Commissione europea. Il pacchetto comprende il Chips Act 2.0, il Cloud and AI Development Act, una nuova strategia sull’open source e una roadmap strategica per la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale nel settore energetico. L’obiettivo è rafforzare la capacità europea nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale, nel cloud e nelle infrastrutture digitali critiche, riducendo le dipendenze strategiche e aumentando la resilienza dell’Unione.