Alessandro Zan
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Diritti
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Con la direttiva vittime parte del ddl Zan entra nel diritto europeo

Con il voto del Parlamento europeo l’Europa compie un passo avanti concreto nel rafforzamento dei diritti delle vittime di reato, aggiornando una direttiva che risaliva al 2012 e che non era più adeguata alle nuove forme di vulnerabilità e ai bisogni reali di chi affronta un percorso giudiziario spesso traumatico. Con 440 voti favorevoli, 49 contrari e 84 astensioni, Strasburgo ha dato il via libera a nuove norme che ho negoziato come relatore del Gruppo S&D e che mettono finalmente al centro la dignità, la protezione e il diritto alla giustizia delle vittime.

Questa riforma introduce cambiamenti profondi e attesi da anni. Uno dei più importanti riguarda la possibilità di denunciare in sicurezza anche per chi ha paura di esporsi direttamente. Troppe persone, soprattutto vittime di violenza, stalking, discriminazione o abusi, rinunciano a chiedere aiuto per timore di ritorsioni, minacce o per il trauma subito. Le nuove norme prevedono che la denuncia possa essere facilitata anche tramite organizzazioni della società civile riconosciute, abbattendo una barriera che finora ha lasciato sole migliaia di persone. Un altro cambiamento fondamentale riguarda la privacy. Fino a oggi, in molti casi, i dati personali della vittima potevano finire nella disponibilità dell’indagato. Con la nuova direttiva, il principio si ribalta: le informazioni personali della vittima, come indirizzo o recapiti, non saranno divulgate all’autore del reato salvo specifica necessità giuridica. È una misura di civiltà che rafforza la fiducia nel sistema giudiziario e protegge concretamente chi denuncia.

C’è poi un principio essenziale di rispetto: durante i procedimenti giudiziari non potranno trovare spazio domande irrilevanti e invasive sulla vita privata della vittima, troppo spesso usate per umiliare, delegittimare o spostare l’attenzione dalle responsabilità dell’aggressore. Infine, la direttiva introduce l’obbligo di formazione per operatori delle forze dell’ordine, magistrati e personale sanitario, perché il primo contatto con le istituzioni non diventi una seconda violenza.

Nella legge c’è anche un pezzo del ddl Zan, affossato nel 2021 in Senato tra gli applausi indecenti della destra. Si riconosce che quando un reato è motivato dall’orientamento sessuale, dall’identità di genere o dalla disabilità della vittima, quello è un crimine d’odio e il trauma conseguente richiede forti tutele. Questo significa, ad esempio, poter testimoniare da remoto, evitare il contatto diretto con l’imputato o ricevere supporto psicologico adeguato.
Particolare attenzione è riservata alle vittime più vulnerabili. Se una persona viene colpita per caratteristiche personali come orientamento sessuale, identità di genere o disabilità, dovranno essere previste protezioni rafforzate sulla base di una valutazione individuale del rischio. Questo significa, ad esempio, poter testimoniare da remoto, evitare il contatto diretto con l’imputato o ricevere supporto psicologico adeguato. Quel principio di civiltà bloccato in Italia entra ora nel diritto europeo e tornerà nel nostro Paese con la forza vincolante della legge. I 27 Stati membri avranno infatti due anni per recepire la direttiva. Nel 2021 avevamo detto che la nostra battaglia non si sarebbe fermata e così è stato. Quello di oggi è un passo in avanti che l’Europa compie mentre qualcuno in Italia aveva provato a riportarci indietro. E ora la direzione è chiara: più diritti, più tutele, più giustizia per tutte e tutti.

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