Brando Benifei
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Commercio
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Dazi USA-UE: avanti nei negoziati, ma l’Europa non può firmare assegni in bianco a Trump

Nella notte di ieri il trilogo tra Parlamento europeo, Consiglio e Commissione sul dossier dei dazi con gli Stati Uniti ha registrato alcuni passi avanti importanti, ma non si è ancora arrivati a un accordo definitivo. È un dato che va letto con equilibrio: bene i progressi nel negoziato, seppur al momento molto limitati, compreso sui meccanismi di salvaguardia e sulla revisione dell’accordo, ma sarebbe un errore enorme sacrificare la solidità dell’intesa in nome della fretta.

Il Parlamento europeo, e in particolare il gruppo dei Socialisti e Democratici, sta facendo una battaglia dura a difesa delle imprese europee, per i lavoratori e per i settori più esposti, ma non accetteremo un accordo fragile, esposto agli umori e ai post social di Donald Trump.

Le minacce arrivate negli ultimi giorni dalla Casa Bianca – con l’ipotesi di aumentare al 25% i dazi sulle automobili europee, violando apertamente il tetto del 15% previsto dall’intesa di Turnberry – dimostrano esattamente perché il Parlamento insiste su garanzie vincolanti. Non si può chiedere all’Europa di ridurre i propri dazi senza avere la certezza che gli Stati Uniti rispettino davvero gli impegni presi.

Per questo continuiamo a chiedere con forza una serie di salvaguardie e garanzie efficaci, che consenta di sospendere automaticamente l’accordo in caso di nuove misure ostili da parte americana, così come una sunset clause che preveda un termine ultimo a concessioni tariffarie europee che nel lungo periodo possono danneggiare settori chiave della nostra economia. Penso in particolare all’acciaio, dove ad oggi permane uno squilibrio inaccettabile con tariffe statunitensi ancora a livelli inaccettabili, soprattutto sul capitolo dei derivati.

Il negoziato di ieri ha mostrato alcuni segnali incoraggianti, ma c’è ancora molto lavoro da fare. Come ha spiegato il presidente della Commissione commercio internazionale del Parlamento, Bernd Lange, si sono registrati progressi concreti anche su meccanismi di salvaguardia e sulla revisione dell’accordo. Ma resta ancora del lavoro da fare, e i negoziati proseguiranno il 19 maggio.

Molto significativa è stata anche l’audizione di ieri in Commissione INTA di Sabine Weyand, direttrice generale della DG Trade della Commissione europea, che si appresta a lasciare il proprio incarico. Secondo diverse voci di corridoio, confermate dalle recenti dichiarazioni dell’ex-Commissario Breton, Weyand lascia il posto di guida del direttorato generale del Commercio della Commissione UE per non aver condiviso una linea troppo accomodante verso Washington e una risposta europea spesso troppo timida di fronte agli atteggiamenti coercitivi dell’amministrazione americana.

Nel suo intervento ha certamente chiesto al Parlamento di sostenere la cornice dell’accordo raggiunto a Turnberry e di arrivare rapidamente a una conclusione, per rispettare gli impegni presi. Ma ha detto anche qualcosa di molto importante: quell’intesa era “il miglior accordo possibile in quel momento”, cioè un anno fa. Oggi, dopo dodici mesi di esperienza e dopo aver visto l’instabilità della controparte americana, il contesto è cambiato.

E soprattutto ha riconosciuto che tra le posizioni negoziali di Parlamento e Consiglio ci sono “tutti gli ingredienti” per costruire un regolamento capace di proteggere davvero l’Unione europea dalla volatilità e dall’imprevedibilità degli Stati Uniti. Un messaggio chiaro, che rafforza la richiesta del Parlamento di maggiori tutele per l’Europa.

Weyand ha inoltre ricordato un punto che troppo spesso viene ignorato: lo strumento anti-coercizione europeo resta pienamente disponibile e pronto a essere utilizzato. Ed è giusto che resti sul tavolo. L’Europa deve dialogare con gli Stati Uniti, ma deve anche dimostrare di sapersi difendere.

Noi continuiamo a crediamo nel rapporto transatlantico. Ma un rapporto vero si fonda sul rispetto reciproco, non sulle minacce. L’Europa deve chiudere questo negoziato e fare di tutto affinché si proceda rapidamente, sì — ma solo con un accordo equilibrato, credibile e capace di proteggere i nostri interessi strategici. Perché la certezza di cui hanno bisogno le nostre imprese non nasce dalla resa, ma dalla forza di un’Europa che sa farsi rispettare.

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