Alessandra Moretti
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Diritti
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Solo Sì è Sì: serve una legislazione europea

Nella sessione plenaria di aprile a Strasburgo il Parlamento europeo ha messo nero su bianco una richiesta che segna una linea netta tra passato e futuro nella tutela dei diritti delle donne: si chiede alla Commissione europea di proporre una legislazione per stabilire una definizione di stupro sulla base dell’assenza di consenso libero, informato e revocabile. Un concetto su cui come eurodeputati Pd lavoriamo già dalla precedente legislatura in Europa come in Italia. Questa volta la relazione è stata approvata con 447 voti a favore, 160 contrari e 43 astensioni.

Per troppo tempo, in troppi Stati membri, alle vittime è stato chiesto di dimostrare la violenza, la minaccia, la resistenza. Un’impostazione giuridica che rovescia il peso della prova e finisce per proteggere più gli aggressori che chi subisce. La relazione del Parlamento afferma invece un principio semplice e rivoluzionario: il silenzio non è consenso, l’assenza di un “no” non è consenso, una relazione pregressa non è consenso. Il consenso deve essere esplicito, consapevole e sempre revocabile.

Questa posizione non nasce nel vuoto. Si inserisce nel solco della Convenzione di Istanbul, ratificata anche dall’Unione europea, che già indica chiaramente la necessità di fondare la definizione di stupro sull’assenza di consenso. Eppure, ancora oggi, l’applicazione di questi standard resta disomogenea: alcune legislazioni nazionali sono avanzate, altre restano ancorate a criteri superati. È questa frammentazione che il Parlamento vuole superare.

I numeri sono drammatici e non consentono ambiguità: una donna su tre nell’Unione ha subito violenza di genere, una su venti è stata vittima di stupro. Dietro queste cifre ci sono storie di trauma, di silenzio, di giustizia negata. E c’è un elemento ricorrente: molte vittime non denunciano perché non si fidano di un sistema che spesso chiede loro di dimostrare di aver resistito, anziché riconoscere che non avevano acconsentito.

La relazione affronta anche questo nodo culturale. Le risposte traumatiche, come l’immobilità o la sottomissione, devono essere riconosciute nei procedimenti giudiziari. Il diritto deve allinearsi alla realtà delle vittime, non costringerle dentro schemi che ignorano la psicologia della violenza. Allo stesso tempo, si chiede un rafforzamento concreto del sostegno: assistenza sanitaria, supporto psicologico, accesso alla giustizia, centri specializzati attivi 24 ore su 24.

Non meno importante è il capitolo sulla prevenzione. Il Parlamento sollecita formazione obbligatoria per forze dell’ordine, magistrati e operatori sanitari, ma anche campagne educative sul consenso e sulle relazioni. Combattere i miti sullo stupro e la propaganda misogina, anche online, è parte integrante della risposta europea.

Si tratta di una questione che riguarda i diritti fondamentali. Senza una definizione comune, il rischio è che la giustizia dipenda dal Paese in cui si denuncia: un’inaccettabile disparità in uno spazio che si fonda sull’uguaglianza. Per questo il Parlamento chiede anche di inserire la violenza di genere tra i reati europei, rafforzando la base giuridica per un’azione comune.

Ora la parola passa alla Commissione. Il Parlamento ha fatto la sua parte, con chiarezza e coraggio. L’Europa non può più permettersi zone grigie su un tema così cruciale. Perché la dignità, la libertà e l’integrità delle donne non sono negoziabili. E perché, finalmente, anche nel diritto europeo deve valere un principio che nella società è sempre più chiaro: solo sì significa sì.

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