Il 25 marzo di 69 anni fa, nelle sale del Campidoglio, i capi di Stato e di Governo dei sei Paesi fondatori dell’Unione europea, firmarono i Trattati di Roma, dando vita alla Comunità Economica Europea, insieme a quella dell’energia atomica, che si aggiungeva alla Comunità europea del carbone dell’acciaio del 1951.
Non fu una scelta scontata, ma un atto di “lungimiranza e coraggio politico”, come ha detto il presidente Mattarella, che ci ha regalato il più lungo periodo di pace e benessere della storia continentale. “I trattati di Roma hanno trasformato un continente di guerra in un continente di pace”, disse Jacques Delors anni dopo.
In quegli anni di crescente guerra fredda e incubi nucleari, le ferite materiali e morali della Seconda Guerra Mondiale erano ancora aperte, molte città erano ancora cumuli di macerie e palazzi sventrati. Le difficoltà per la gestione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, insieme al fallimento del progetto di una difesa comune nel 1954, non facevano ben sperare sul futuro di Paesi gelosi della propria sovranità nazionale e con rivalità storiche che sembravano insuperabili, soprattutto tra Francia e Germania.
Eppure i leader dell’epoca seppero guardare oltre le contingenze politiche del momento e arrivarono a Roma per apporre la propria firma sotto un testo che iniziava con la frase: “determinati a porre le fondamenta di una unione sempre più stretta fra i popoli europei”.
I Trattati di Roma furono un atto di fiducia: fiducia nella pace, nella crescita condivisa, nella capacità dei popoli europei di superare divisioni secolari. Ma furono anche un atto di coraggio politico: scegliere l’integrazione significava esporsi, innovare, rischiare. Significava credere che la sovranità potesse essere rafforzata, e non indebolita, attraverso la condivisione.
Sessantanove anni dopo i tornanti imprevisti della Storia sembrano averci riportato a molti dei problemi che ci illudevamo di esserci lasciati alle spalle: dalla necessità di garantire la pace, agli incubi nucleari, dalle difficoltà della costruzione di una difesa comune alla necessità di un balzo in avanti nel processo di integrazione.
Come nel 1957 serve coraggio per cambiare e per questo la nostra delegazione di parlamentari europei del Partito Democratico ha lanciato a febbraio un manifesto intitolato “Verso gli Stati Uniti d’Europa. Ora”, che ha già ricevuto il sostegno di centinaia di amministratori locali e migliaia di cittadini.
Oggi come allora abbiamo bisogno di leader politici capaci di superare la tentazione elettoralistica del sovranismo e capire che “l’Europa – come ha detto Paul-Herni Spaal – non è una costruzione artificiale: è la risposta alla nostra storia”.