Il cambiamento parte da chi ha il coraggio di parlare, di agire, di non restare in silenzio. Ieri al Parlamento Europeo abbiamo ascoltato una di queste voci, quella di Gino Cecchettin, fondatore della fondazione dedicata a sua figlia Giulia. Gino è stato protagonista, insieme alla collega Daria Fallido che si occupa dei progetti della Fondazione, dell’evento che ho organizzato il 2 marzo al Parlamento europeo. Un appuntamento che ho fortemente voluto insieme alla collega eurodeputata del PPE Giusi Princi, perché quella contro la violenza di genere è una battaglia trasversale. Gino è diventato il simbolo di una forza morale straordinaria, capace di trasformare il lutto in responsabilità condivisa, attraverso la Fondazione Giulia Cecchettin, che ogni giorno lotta contro la violenza di genere con progetti concreti.
Il contrasto alla violenza di genere deve includere una riflessione sul linguaggio che utilizziamo, nei modelli che proponiamo, nei silenzi che tolleriamo. Sono due, a mio avviso, i piani su cui dobbiamo lavorare. Il primo è la cultura. Educazione al rispetto, alla libertà, al consenso. Il secondo è l’indipendenza economica e finanziaria delle donne. Perché senza autonomia economica non c’è vera libertà di scelta. Non possiamo chiedere alle donne di denunciare, di andarsene, di interrompere relazioni violente, se non garantiamo loro strumenti, opportunità, lavoro, protezione e sostegno. Questa non è una responsabilità che può essere demandata solo alla società civile: è un compito preciso della politica.
Servono misure concrete. I numeri che abbiamo ricordato sono impressionanti. Secondo la ricerca “Stavo solo scherzando” di Save the Children, un adolescente su quattro dichiara di essere stato vittima di atteggiamenti violenti all’interno di una relazione. Uno su tre è stato geolocalizzato dal partner. Il 28% ha visto condividere immagini intime senza consenso. Il 29% si è sentito costretto almeno una volta a compiere atti sessuali indesiderati. Il 36% ha subito insulti o prese in giro per il proprio genere o orientamento sessuale.
Questi dati non raccontano solo episodi. Raccontano una cultura. Una cultura della gelosia, del controllo, della pressione normalizzata fino a diventare violenza. Se il 36% dei giovani considera accettabile che un ragazzo controlli abitualmente il cellulare o i social della partner, e se per oltre l’11% è normale che in una relazione “scappi uno schiaffo ogni tanto”, significa che il problema è strutturale. Le ragazze tra i 16 e i 24 anni sono il gruppo più colpito dalla violenza maschile. In poco più di dieci anni la percentuale di giovanissime che ha subito violenze è passata dal 28,4% al 37,6%. Un incremento che riguarda soprattutto le violenze di natura sessuale. Non sono fatti isolati: sono punti lungo una linea continua fatta di battute sessualizzate, ricatti, controllo, fino ad arrivare alle aggressioni e agli stupri.
Per questo il titolo del nostro incontro non era retorico: prevenire la violenza di genere in Europa significa assumere fino in fondo il ruolo dell’educazione e della responsabilità collettiva. Riguarda le istituzioni europee, gli Stati membri, le scuole, i media, le famiglie. Gino Cecchettin lo ha detto con parole semplici e forti: «Questo è un problema che si risolve mettendo assieme le forze e cercando di trovare un punto comune sul quale lavorare». Fare sistema. È questa la chiave. La Fondazione Giulia Cecchettin nasce per «trasformare la memoria in azione e in responsabilità condivisa», e l’Europa deve essere parte di questo percorso.
Credo profondamente che l’Unione europea possa e debba giocare un ruolo decisivo. Come ha sottolineato Cecchettin, «con le direttive europee possiamo arrivare in ogni Stato e cercare di dare una risposta europea alla questione, visto che è un problema che interessa tutti gli Stati dell’Ue, da nord a sud, da est a ovest». È una sfida che attraversa confini, culture, sistemi giuridici. E proprio per questo serve una risposta comune. Sono stata particolarmente lieta di co-ospitare questo evento con la collega Giusi Princi. Proveniamo da esperienze politiche diverse, ma siamo unite dalla stessa convinzione: la prevenzione e il contrasto alla violenza maschile contro le donne devono essere una priorità condivisa, capace di attraversare tutte le forze democratiche.
La politica, quando è all’altezza del suo compito, non si limita a reagire all’emergenza. Costruisce futuro. Significa investire in educazione affettiva nelle scuole, rafforzare i centri antiviolenza, garantire protezione alle vittime, sostenere l’autonomia economica, formare magistrati e forze dell’ordine, contrastare la violenza digitale. In quella sala del Parlamento europeo non abbiamo celebrato un rito. Abbiamo assunto un impegno. Trasformare il dolore in responsabilità pubblica. Trasformare la memoria di Giulia in un cambiamento concreto.
Perché la libertà delle donne non è un tema settoriale. È il termometro della qualità della nostra democrazia. E finché anche una sola ragazza crescerà pensando che il controllo sia amore, che la gelosia sia una prova di affetto, che uno schiaffo possa essere “normale”, il nostro lavoro non sarà finito. L’Europa deve essere all’altezza di questa sfida. E io continuerò a battermi, dentro e fuori le istituzioni, perché la prevenzione della violenza di genere diventi davvero una priorità politica, culturale e sociale.