L’intelligenza artificiale e la rivoluzione digitale non sono semplicemente una nuova fase dello sviluppo tecnologico: sono le vere infrastrutture geopolitiche del nostro secolo. Chi governa queste infrastrutture non determina solo i flussi economici, ma orienta anche le forme del pensiero, le scelte collettive e, in ultima istanza, la qualità delle nostre democrazie.
Per questo considero un fatto positivo che l’Unione europea abbia deciso di intervenire con maggiore ambizione. Il ritardo che abbiamo accumulato va recuperato, ma senza ipocrisie. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere una contraddizione di fondo: per troppo tempo abbiamo regolato ciò che non abbiamo costruito, lasciando che modelli, piattaforme e infrastrutture strategiche si sviluppassero altrove.
La tecnologia non è mai neutra, se non nella retorica. Nella pratica incorpora scelte politiche, valori e rapporti di forza, a partire da chi ne detiene la proprietà e controlla l’accesso. Chi possiede i modelli di intelligenza artificiale, i grandi data center e le reti di connettività influenza comportamenti, preferenze e processi democratici. È una questione di potere, non di innovazione astratta.
È in questo quadro che va letta la proposta della Commissione europea sul Digital Networks Act. Non si tratta di un intervento tecnico riservato agli addetti ai lavori, ma di una scelta profondamente politica. Modernizzare e armonizzare le regole sulle reti di connettività significa creare le condizioni per investimenti su larga scala in fibra ottica, 5G, cloud, edge computing e intelligenza artificiale. Significa rafforzare il mercato unico, superare la frammentazione nazionale, facilitare l’operatività transfrontaliera e rendere l’Europa più competitiva e resiliente.
Il DNA si inserisce coerentemente nella strategia del Decennio digitale europeo, che fissa obiettivi chiari: entro il 2030, banda larga a capacità gigabit per tutti e copertura 5G nelle aree popolate. Senza reti robuste, ad alte prestazioni e sicure, non esistono né transizione digitale né autonomia strategica. Non esistono politiche industriali credibili, né servizi pubblici moderni, né una reale inclusione sociale.
In quest’ottica, la scelta della Commissione di proporre un regolamento, e non una direttiva, è particolarmente significativa. È una scelta che accogliamo con favore perché massimizza l’armonizzazione tra gli Stati membri e garantisce un’attuazione più rapida ed efficace. Se vogliamo davvero un mercato unico delle comunicazioni elettroniche, non possiamo continuare a muoverci con 27 quadri normativi diversi.
Il Digital Networks Act affronta nodi strutturali rimasti irrisolti per troppo tempo. Introduce un passaporto europeo per gli operatori, semplificando le autorizzazioni e riducendo gli ostacoli alla prestazione transfrontaliera dei servizi. Rafforza il coordinamento sulla gestione dello spettro radio, riconosciuto come bene pubblico strategico. Accompagna la transizione dalle vecchie reti in rame verso infrastrutture in fibra, con criteri chiari, tempi definiti e garanzie per i consumatori.
I dati chiariscono perché questo cambio di passo sia necessario. Il mercato europeo delle telecomunicazioni è fortemente frammentato, con oltre 100 operatori di piccole dimensioni, mentre negli Stati Uniti e in Cina pochi grandi gruppi raggiungono centinaia di milioni di utenti. Questa dispersione limita significativamente la capacità di investimento del settore. Non sorprende, quindi, che la spesa pro capite nelle telecomunicazioni in Europa si attesti a 104 euro per abitante, un valore nettamente inferiore rispetto ai 150 euro degli Stati Uniti, ai 110 della Cina e ai 260 del Giappone, con effetti già evidenti sulla valorizzazione delle imprese del comparto.
Nell’arco dell’ultimo decennio, la capitalizzazione di mercato degli operatori telefonici europei ha registrato una contrazione media dell’1,8% annuo, secondo un’analisi di Europe Connect. Nello stesso intervallo temporale, le società del settore attive in altre aree geografiche hanno invece segnato una crescita dell’1,1%, mentre i grandi gruppi tecnologici globali hanno visto il proprio valore aumentare a un ritmo medio del 36% all’anno. Se questa tendenza non verrà invertita, il rischio è perdere non solo competitività industriale, ma anche controllo sulle infrastrutture digitali strategiche, esponendo l’Europa a nuove dipendenze tecnologiche.
Particolarmente rilevante è l’attenzione alla resilienza e alla sicurezza delle reti, considerate a pieno titolo infrastrutture essenziali per l’economia e la società. Le crisi degli ultimi anni – dalla pandemia alle tensioni geopolitiche – ci hanno insegnato quanto la connettività sia cruciale per la continuità dei servizi pubblici, per la protezione civile, per la sicurezza e per la democrazia stessa.
Un altro elemento strategico è il ruolo attribuito alla connettività satellitare, sempre più centrale per ridurre il divario digitale, garantire servizi nelle aree remote e rafforzare l’autonomia strategica dell’Unione. In questo ambito, il DNA punta a superare la frammentazione normativa e a proteggere asset europei fondamentali come Galileo, rafforzando la capacità dell’UE di rispondere a interferenze e minacce emergenti.
Tutto questo, però, non può funzionare senza una visione politica chiara. Servono politiche pubbliche, investimenti comuni e partnership solide tra istituzioni, imprese e università per costruire un vero ecosistema europeo della sovranità digitale. Un ecosistema capace di sostenere lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dell’industria e dei servizi, ma anche di tutelare i diritti, l’accessibilità e la neutralità della rete.
Dobbiamo farlo innanzitutto per le nuove generazioni. Abbiamo ricevuto in eredità un sistema fondato su libertà e diritti: non possiamo trasmettere ai giovani un futuro segnato da nuove e più sofisticate forme di controllo tecnologico, da dipendenze strategiche e da crescenti disuguaglianze digitali. L’Europa è chiamata a una scelta di campo chiara.
In questo quadro, la proposta della Commissione sul Digital Networks Act rappresenta un primo passo nella giusta direzione, ma non è ancora all’altezza dell’ambizione necessaria. Ora spetta al Parlamento europeo e al Consiglio rafforzare il testo, colmando le sue lacune e mantenendo la visione delineata nel Libro bianco sulle esigenze infrastrutturali digitali dell’Europa per fare della connettività un vero bene comune europeo e della tecnologia uno strumento al servizio della democrazia, del progresso e della giustizia sociale.