Quando parliamo di agricoltura europea, spesso il dibattito si concentra sulla competitività e sulla produttività. Sono temi centrali, ma c’è un tema, anzi un valore che viene prima di tutto: la giustizia della filiera agroalimentare. Noi socialisti vogliamo e dobbiamo costruire un’agricoltura capace di coniugare sostenibilità ambientale e sociale, cioè rispetto dei diritti dell’ambiente e soprattutto di chi lavora nei campi. Non esiste agricoltura sostenibile se si fonda sullo sfruttamento delle persone.
Le vicende che negli ultimi anni hanno segnato il Paese, fino agli omicidi di Amendolara in Calabria, ci ricordano quanto dietro l’eccellenza delle produzioni agroalimentari europee, italiane in particolare, continuino a nascondersi forme di sfruttamento che colpiscono in particolare i lavoratori migranti, ma che finiscono per danneggiare l’intero settore. Perché dove prospera l’illegalità, spesso in raccordo con le mafie, vengono penalizzate anche le imprese che rispettano le regole e investono nella qualità dell’occupazione. In Italia sono circa 230 mila gli i lavoratori e le lavoratrici impiegati irregolarmente nel settore primario (oltre un quarto del totale degli occupati del settore), in larga parte “concentrata nel lavoro dipendente, che include una fetta consistente deli stranieri non residenti impiegati in agricoltura”.
Il contrasto al caporalato ha bisogno di più controlli, maggiori risorse per assumere gli ispettori, tutela per chi denuncia e politiche capaci di affrontare le condizioni che rendono possibile lo sfruttamento: dalla precarietà abitativa alle difficoltà di accesso a canali regolari di ingresso e di ricerca del lavoro. È una sfida che riguarda i diritti delle persone, ma anche la qualità del nostro modello produttivo. In questo quadro l’Ue può e deve svolgere un ruolo decisivo. L’introduzione della condizionalità sociale nella Politica Agricola Comune ha rappresentato una svolta importante: per la prima volta è stato affermato un principio semplice ma fondamentale, ovvero che chi riceve fondi europei deve rispettare i diritti dei lavoratori.
Occorre allora rafforzare questo principio attraverso controlli più efficaci, sistemi di monitoraggio trasparenti e sanzioni realmente dissuasive. Allo stesso tempo bisogna estendere la condizionalità sociale a una quota più ampia dei finanziamenti europei e premiare le aziende che investono nella buona occupazione, nella sicurezza e nella formazione, nella garanzia dei diritti. Per questo è necessario continuare a lavorare affinché la prossima riforma della PAC faccia della giustizia sociale il suo pilastro. Accanto alla sostenibilità ambientale, l’Europa deve affermare con chiarezza che nessun euro di risorse pubbliche può sostenere chi costruisce il proprio vantaggio competitivo sulla violazione dei diritti umani.
La lotta al caporalato non è una questione marginale o settoriale. Riguarda l’idea stessa di Europa che vogliamo costruire. Un’Europa che non si limiti a produrre ricchezza, ma che sappia garantire lavoro dignitoso, diritti e opportunità lungo tutta la filiera agroalimentare. Perché la qualità di ciò che arriva sulle nostre tavole non può essere separata da quella del lavoro di chi lo produce. In Italia abbiamo una buona legge, che quest’anno compie dieci anni, la 199. Dobbiamo applicarla fino in fondo, a partire dalla Rete del lavoro agricolo di qualità fino al potenziamento dell’indice di congruità. Dobbiamo dare concretezza soprattutto alla parte di prevenzione che la normativa stabilisce. Nel nostro paese infatti sono circa 230 mila i lavoratori e le lavoratrici occupati irregolarmente, un quarto del totale degli occupati in agricoltura. E’ un dato che non possiamo tollerare. Su questo continueremo a batterci, convinti che il futuro del settore primario passi proprio da qui, dalla parola giustizia.