Annalisa Corrado
Annalisa Corrado
Ambiente
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Additato dalla destra come “follia ambientalista”, con la crisi l’ETS si è rivelato fondamentale

Alla luce della crisi energetica in corso, l’ETS, il sistema di scambio di emissioni dell’Ue, si è rivelato uno strumento fondamentale per l’Europa. Uno strumento che stiamo certamente migliorando, con cui l’Europa ha spinto in questi anni industrie e sistemi energetici a ridurre il consumo di combustibili fossili, le emissioni e la dipendenza da gas e petrolio importati. Dalla crisi di Hormuz, la nostra spesa per le importazioni di combustibili fossili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro. I prezzi sono schizzati in alto e noi, che non possiamo smettere di usare gas e petrolio, bruciamo letteralmente 500 milioni di euro al giorno. Dopo anni di grida scomposte contro le “follie ambientali” di Bruxelles e “l’orribile tassa europea” dell’ETS, additato come il responsabile di tutti i ritardi dell’economia continentale, la retorica della destra è affondata nello Stretto di Hormuz.

Si chiedono mai i detrattori dell’ETS dove saremmo oggi in termini di dipendenza senza vent’anni di decarbonizzazione europea?
Secondo l’Agenzia europea dell’Ambiente, dalla sua introduzione nel 2005, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione (EU ETS) ha contribuito a una forte riduzione delle emissioni di gas serra provenienti dalle centrali elettriche e dalle industrie ad alta intensità energetica. Il prezzo del carbonio, la sostituzione dei combustibili fossili (fuel switching) e le politiche climatiche, comprese quelle a sostegno delle energie rinnovabili, hanno sostenuto un calo del 51% delle emissioni degli impianti fissi tra il 2005 e il 2024.

Nei fatti, l’ETS, insieme alle altre politiche europee su rinnovabili, efficienza energetica, ai miglioramenti tecnologici e ai cambiamenti strutturali dell’industria, ha contribuito a decarbonizzare l’Unione europea e a ridurre le importazioni di fonti fossili. Ai prezzi energetici attuali, se l’Europa importasse ancora i volumi di petrolio, gas e carbone del 2005, spenderebbe probabilmente tra 440 e 470 miliardi di euro l’anno, cioè circa 100 miliardi in più rispetto a oggi.

Naturalmente, la transizione europea apre anche una questione di competitività industriale e di rischio di carbon leakage, cioè del trasferimento della produzione verso Paesi con standard ambientali più bassi. È proprio per questo che l’Unione europea si è dotata del CBAM, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, pensato per tutelare le industrie europee che investono nella decarbonizzazione rispetto alla concorrenza di chi produce senza gli stessi vincoli climatici, spingendo anche gli altri a fare meglio. E proprio in questi mesi stiamo lavorando per rafforzarlo ed estenderlo anche ai prodotti trasformati a valle (“downstream goods”), così da chiudere sempre di più il cerchio della decarbonizzazione industriale europea.

Ma la vera domanda è: dove finiscono i proventi dell’ETS? La normativa europea prevede che vengano reinvestiti nella transizione energetica e industriale. Eppure, in Paesi come l’Italia, da quando è in carica l’attuale governo, a fronte di proventi ETS per circa 8 miliardi di euro, ne risulterebbero rendicontati per transizione e bollette appena 1,6.

Non solo: Meloni, appena arrivata al potere, ha liquidato la transizione ecologica definendola una “transizione ideologica” e, ha ricordato Reuters giovedì, ha ridotto la quota dei fondi europei post-Covid-19 che l’Italia destina alla transizione verde dal 39,5% originario al 37,1%, appena al di sopra della soglia minima del 37% imposta dall’Ue. Significa circa 4,7 miliardi di euro in meno per obiettivi climatici, con cui si sarebbero potuti installare altri impianti rinnovabili e risparmiare una parte dei soldi che buttiamo in importazioni di fonti fossili.