In Serbia ha vinto il desiderio di democrazia. Finalmente. Dopo anni di un regime che ha fatto di tutto per zittire le opposizioni, imbavagliare la stampa indipendente, compromettere il sistema giudiziario e alimentare la corruzione nel paese, sono stati i giovani a segnare la svolta.
Per capire il risultato delle elezioni dello scorso fine settimana serve tornare al primo novembre 2024, quando il crollo di una pensilina della stazione di Novi Sad provocò sedici morti. Da quel giorno, la richiesta di verità sulle responsabilità e sulla corruzione negli appalti è diventata una battaglia che non ha mai lasciato le strade. Sono stati gli studenti a darle vita, ma fin da subito gran parte della popolazione si è unita all’appello. Una mobilitazione nata nelle università che ha coinvolto generazioni e professioni diverse, trasformando la protesta in un’alternativa.
Domenica, secondo i risultati preliminari, la «Studentska lista – Studenti pobeđuju», la Lista studentesca, ha conquistato il 52,71% e 140 seggi su 250, contro il 39,17% e 104 seggi della coalizione di Aleksandar Vučić. Oltre 2,26 milioni di consensi su circa 4,3 milioni di votanti hanno spezzato oltre un decennio di dominio politico.
Il movimento degli studenti non ha un capo unico: è stata innanzitutto una necessità, per evitare che la macchina del fango orchestrata dal governo si scagliasse sul leader del movimento, ma anche per via dell’organizzazione dal basso e inclusiva dell’iniziativa.
Oggi, dopo i festeggiamenti per questa grande svolta, serve mettersi al lavoro.
Sono tanti i temi su cui per la lista degli Studenti deve tracciare la rotta: dalla relazione con il Kosovo, all’allineamento alla politica estera europea e ovviamente il percorso di adesione.
La Serbia è candidata all’Ue dal 2012 e negozia l’adesione dal 2014. Ha aperto 22 capitoli su 35, chiudendone provvisoriamente soltanto due. Il percorso resta frenato dalle carenze nello Stato di diritto e dalla mancata normalizzazione dei rapporti con il Kosovo. Sostenere le riforme democratiche significa dunque rendere concreta la prospettiva europea.
Ma non è tutto sulle spalle della Serbia: anche l’Unione europea deve fare la sua parte, dialogando con le nuove forze politiche per ricostruire quella fiducia nei confronti delle istituzioni europee verso cui molte persone serbe non sentono più interesse. E i compiti devono essere fatti anche dentro casa: è da tempo arrivato il momento per l’UE di attrezzarsi con riforme adeguate per prepararsi a un vero allargamento.