Nei mesi scorsi abbiamo esercitato un diritto molto preciso previsto dall’articolo 15 del Regolamento UE sulla protezione dei dati: conoscere tutti i dati personali che Meta tratta su di noi perché vogliamo che venga fatta chiarezza su chi decide cosa vediamo sui social e secondo quali criteri. A distanza di mesi, Meta non ha risposto nel merito, limitandosi a rinviare allo strumento “Scarica le tue informazioni””. Lo annuncia Sandro Ruotolo, eurodeputato e membro della Segreteria del Partito Democratico.
“Questo comportamento è molto grave. Il diritto di accesso ai propri dati non è una concessione delle piattaforme: è un diritto riconosciuto dalla normativa europea. Le piattaforme possono intervenire a monte sulla visibilità: possono stabilire quali contenuti amplificare, quali ridurre, quali far comparire di più e quali far scomparire dai nostri schermi”.
“Per questo motivo, abbiamo inviato oggi alla Commissione europea e alla Presidente del Comitato europeo per la protezione dei dati una lettera – sottoscritta insieme ad altri eurodeputati del Partito Democratico – per chiedere che venga fatta piena luce sul mancato riscontro di Meta alle nostre richieste di accesso ai dati personali. La questione nasce dai risultati allarmanti di una ricerca dell’Università di Urbino che ha dimostrato come, a ridosso delle elezioni politiche in Italia del 2022, la visibilità media dei post dei rappresentanti politici eletti su Facebook è crollata di oltre il 70 per cento. Nello stesso periodo reti estremiste, anti-europee, complottiste e filorusse hanno continuato ad accrescere la propria portata, anche durante la campagna elettorale europea del 2024”, aggiunge.
“A questo si aggiungono le nostre analisi su oltre 68 mila post pubblicati dagli eurodeputati italiani tra il 2023 e il 2026 – prosegue Ruotolo – dalle quali emerge, a partire dal giugno 2024, una crescita anomala e prolungata della visibilità dei contenuti della Lega. Nessuno vuole stabilire quali idee debbano circolare e quali no. Nessuno chiede di censurare qualcuno o di limitare la libertà di espressione. Chiediamo esattamente il contrario: che nessun soggetto privato possa alterare in modo opaco le condizioni del confronto democratico. Se un algoritmo può decidere chi viene visto e chi no, chi raggiunge milioni di persone e chi scompare dal dibattito pubblico, allora quelle regole non possono essere una scatola nera”.
“Le piattaforme hanno ormai un potere enorme nella formazione dell’opinione pubblica. Proprio per questo non possono essere al di sopra delle regole europee. Vogliamo sapere come vengono trattati i nostri dati e come vengono applicati concretamente i meccanismi che incidono sulla visibilità dei contenuti politici. Chiediamo una par condicio digitale: regole trasparenti, verificabili e uguali per tutti”, conclude.