Marco Tarquinio
Marco Tarquinio
Esteri
|

Sospendere l’accordo con Israele: una necessità, non una scelta

La richiesta di sospendere l’Accordo di associazione tra Unione Europea e Israele non è un atto ostile. Non è nemmeno una posizione estrema. È l’unica risposta coerente alla realtà che si aggrava da mesi sotto gli occhi del mondo. Coerente e necessaria.

A Gaza si consuma ancora oggi una tragedia umanitaria che segna il nostro tempo e interroga, senza alibi, la coscienza internazionale. In Cisgiordania si moltiplicano violenze, espropri, restrizioni: un deterioramento sistematico che soffoca ogni giorno di più i diritti fondamentali di un popolo intero. Ed è in questo contesto che il 30 marzo la Knesset ha approvato una pena di morte selettiva per i palestinesi giudicati colpevoli di attentare a Israele.

Il provvedimento, voluto dal ministro Ben-Gvir e votato dallo stesso premier Netanyahu, introduce una discriminazione giuridica esplicita: per i palestinesi dei territori occupati la pena capitale diventa la sanzione ordinaria per i reati qualificati come terrorismo, mentre i cittadini israeliani restano soggetti alla giurisdizione civile. L’esecuzione è prevista entro 90 giorni dalla sentenza, senza reali margini di commutazione della pena né possibilità di grazia. Lo stesso Ben-Gvir ha evocato la possibilità di un’applicazione retroattiva, aprendo uno scenario tragico per migliaia di detenuti palestinesi. Non è solo un inasprimento delle pene: è la codificazione formale di un doppio standard che he chiama in causa il diritto, prima ancora della politica. Non si può ignorare, né minimizzare.

Questa scelta si innesta su un quadro già gravemente compromesso. Dal 23 ottobre 2023, decine di palestinesi sono morti nelle carceri israeliane. Le testimonianze raccolte da B’Tselem parlano di isolamento, privazioni e abusi sistematici. L’accesso della Croce Rossa è limitato, i contatti con le famiglie sospesi. Non sono episodi: sono violazioni persistenti, documentate, strutturali.

L’Accordo di associazione UE-Israele non è neutro rispetto a tutto questo. Stabilisce esplicitamente che il rispetto dei diritti umani è la condizione essenziale del partenariato. Non una clausola accessoria, ma il suo fondamento. E già nel giugno 2025 una revisione europea aveva rilevato violazioni evidenti. Violazioni a cui, però, non è seguita alcuna conseguenza.

Il 21 aprile scorso il Consiglio Affari Esteri non ha affrontato la questione, per mancanza di una maggioranza qualificata: a frenare, in prima fila, il governo di Giorgia Meloni indignato a giorni alterni e solo a parole con i misfatti del governo Netanyahu. L’Europa così continua a guardare dall’altra parte. Eppure è in frangenti come questo che si misura la credibilità dell’Europa.

Sospendere l’Accordo non significa interrompere il dialogo. Significa restituirgli verità. Significa affermare che i diritti umani non sono un ornamento retorico, ma un impegno vincolante. Significa saper stare dalla parte delle vittime della sopraffazione della vita e del diritto.

Senza questa dimostrazione, ogni richiamo europeo ai diritti rischia di restare lettera morta. E l’Europa, più che un attore politico, finisce per apparire spettatore consapevole e persino complice.

Ultime news